10 novembre 2017

Ammalarsi per lavoro

Succede anche di ammalarsi per lavoro. E non parlo di quei lavori tra materie tossiche e sostanze infette, parlo di quei lavori che ti ammalano per colpa di chi non sa ascoltare, non sa capire, non sa sentire. Per colpa di chi prende e pretende senza concedere né grazie né scuse. Mi sono ammalata per lavoro. E si ammalano persone che conosco e a cui voglio bene. Per questo si scappa. Si soffre e si scappa. Per frustrazione, disperazione e stanchezza. Per paura di quella paura che azzanna il respiro e smembra ogni sogno, paura di non sopravvivere e di non ritrovarsi più quel che si era.

[foto by utopic-man]

34 commenti:

  1. Sì che capisco.
    Altro che...

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  2. Io da quando lavoro, credo che siano ormai quasi 18 anni (dentro ci metto anche la disoccupazione perché è stato lavoro pure quello per come l'ho vissuta), mi sono sempre ammalato di lavoro. La prima volta che scappai dalla cooperativa dove lavoravo ero esausto e non ricordo nemmeno come feci fuori tutta la liquidazione. Poi ci tornai e rifeci fuori un'altra volta fuori tutta la liquidazione.

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    1. Sembra un'assurdità eppure ci sono tantissime persone che soffrono sul proprio posto di lavoro e restano dove sono perché non possono andarsene.
      Io l'ho fatto dopo mesi di patimenti. Mi ha fatto malissimo lasciare ma non potevo andare avanti.
      E la liquidazione, per fortuna, cerco di non sciuparla in fretta!

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    2. Pensa poi che qui in Svizzera la liquidazione nn esiste.

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    3. Forse perché viene consegnata al lavoratore ogni mese in busta paga. Se si vuole, si può fare anche qui in Italia.

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    4. No,nn esiste anche se tutto il sistema lavorativo/pensionistico è diverso da quello italiano.
      x esempio se uno si licenzia senza aver trovato un lavoro prima,quando si mette in disoccupazione nn riceve la prima mensilità. E la disoccupazione è molto severa e dispensatrice di penalita che sono sempre decurtazione di soldi.

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    5. A me pare che la civilissima Svizzera non sia poi tanto civile. Almeno su certe questioni.

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  3. Andarsene dove? E come? Anche a me non piace il mio lavoro.. io vorrei fare il custode di musei irrequieti, figurati.. ma resisto. Resisto col "dopo" lavoro, col fuori, con l'altro. Con la scrittura, con le foto, con il cinema, con i libri, col teatro, con il blog, con la cucina, con i viaggi. E allora il lavoro diventa contorno, incazzatura sfumata, acqua piovana che scivola addosso. Si, ti bagni e ti fradici, ma poi ti asciughi. Che faccio mollo tutto e campo di liquidazione? A sessant'anni?.. ma dai..
    Ti aspetto da Fuksas stavolta, dal 6 al 10 dicembre, io ci sarò sicuro tutto il 7 dicembre. Vedi che poi fa. Spennila un po' di liquidazione. ;)

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    1. A me il mio lavoro piaceva. Non mi lamentavo del lavoro in sé, anche se spesso era pesante e stressante. Anche io avrei preferito restare, nonostante tutto. Ma sono dovuta scappare per disperazione. Perché la scrittura, le foto, i libri e tutto il resto non mi consolavano di quello che stavo patendo. Perché il lavoro anzi la datrice di lavoro mi stava mandando al manicomio.
      Ti auguro di non incontrare mai una persona che, per il suo modo di fare, di parlare e di trattare il prossimo, induca gli altri alla depressione. Perché a quello sono arrivata.
      Quindi non giudicare e non permetterti di fare l'eroe senza conoscere la vita di un'altra persona.
      A sessanta anni fai quello che ti pare. Tra poco sarai in pensione. Io e molti altri non sapremo nemmeno cosa sia una pensione.

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    2. Io sono l'ultimo che giudica, chiedo perdono per l'infervoramento, ma credo che una persona, per quanto odiosa e carogna, non debba e non possa permettersi di poter, da sola, mandare qualcuno in "depressione" o indurlo al manicomio. Siamo comunque noi a permetterglielo. Allora mi prendo l'aspettativa, mi butto malato e ti lascio in braghe di tela per sei sette mesi.. poi vediamo chi va' al manicomio.
      E comunque il discorso sarebbe lungo e sfaccettato.. sono l'ultimo a permettersi di giudicare le tue scelte e le tue sofferenze.
      Per contro io andrò in pensione, allo stato attuale, tra ben 9 anni (di anni ne ho esattamente 58 computi). Anche se è facile immaginare che questo stato bastardo tenderà a prorogare l'età pensionabile all'infinito.
      Detto questo spero comunque di vederti da Fuksas il 7 dicembre.
      Anzi lo spero ancor di più. Un abbraccio.

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    3. Ergo: colpa mia se qualcuno mi ha vessata per mesi. Evidentemente non hai capito nulla e, probabilmente, lavori in un luogo molto, molto, molto diverso da quello dal quale sono stata costretta ad allontanarmi.
      Non giudichi ma scrivi sciocchezze. E mi spiace molto per te.

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    4. Niente.. non ci capiamo, ho toccato corde che ti dolgono e non ti va di parlarne, ok.
      L'impressione è che tratti il blog come il luogo di lavoro: tesa come una corda di violino e mai elastica o disposta a parlarne. Questo si che porta alla rottura.
      Da me hanno appena licenziato un collega "fatto seguire dai detectives" durante la 104. Non credere che lavori in paradiso.

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    5. No, io sono molto tranquilla. Invece tu parli come farebbe la mia ex datrice di lavoro: sono sempre gli altri a non capire e sempre lei ad avere ragione.
      Contro tanta ottusità non ci sono armi che tengano.
      Io ho parlato di quello che ho vissuto sei tu che non ne afferri né la gravità né la serietà. Hai sminuito e minimizzato ogni elemento del mio malessere come se fosse una sciocchezza appena inventata dalla mia mente fantasiosa.
      Non vedo fantasmi e non inseguo i draghi. La mia sofferenza è reale, anche se a te sembra impossibile ammalarsi su un luogo di lavoro.
      Mentalità da statale, in generale.

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    6. Sono nel privato (magari con la mentalità dello statale, visto che tu puoi giudicare e gli altri no). Non minimizzo, non sminuisco, non ho detto che sei pazza, fobica e con manie di persecuzione, ho citato solo qualche valore che permette di resistere se impugnato a dovere, e tu hai mille frecce al tuo arco. Trattarmi come un nemico e villano non fa crescere nessun contraddittorio.
      E mi permetto di insistere perché credo che tu valga, e tanto. Ho assistito alla tua assenza dal blog, sperando di rileggerti, ti ho seguita su Instagram. Sono disposto, ora, a beccarmi i tuoi sfoghi, ma vorrei che comprendessi che non tutto il mondo ce l'ha con te, non tutti siamo ottusi perché facciamo notare altre sfaccettature o punti di vista.
      Se ti incazzi con chi ti vuole bene, come puoi pretendere di instaurare anche solo un filo di dialogo e di mutua sopportazione con chi, come dici, ti odia e ti ha rovinato l'esistenza costringendoti a lasciare addirittura il lavoro.
      Pensa solo a questo.

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    7. Pensi da statale, per l'appunto. Allungare una malattia fino alla nausea, da me, non si può fare e, in generale, non lo farei proprio in nome di quei valori di cui parli e di cui, forse, non sai molto. Le frecce non ci sono, rassegnati.
      Insistere non ha senso oramai perché ho scelto e l'ho fatto con estremo rigore e sofferenza.
      Il mondo non ce l'ha con me e lo so benissimo, ci mancherebbe.
      Non voglio più continuare questa polemica perché comincio a trovarla noiosa e patetica. Ti lascio rileggere le tue parole. Se riesci, tenta un'analisi profonda di quello che hai scritto. Infine: non sai nulla di chi mi ama e nulla di chi mi odia, quindi ti pregherei di risparmiarti certe valutazioni visto che sono decisamente fuori luogo.

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  4. chissà che la precarietà non salvi da queste situazioni, ma poi uno si ammala di precarietà. Non credo che un lavoro in se possa far ammalare, è il contesto, le persone, i colleghi stronzi, il capo, i clienti fastidiosi a cui non puoi dire vaffanculo ma devi sorridere... a poco a poco ci si fanno gli anticorpi.
    Piuttosto come prosegue la storia di Euridix pittrice?

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    1. Esatto, Pier. Non è il lavoro, ché quello uno se lo gestisce e si abitua in fretta, è proprio il contesto che ti porta alla "malattia". Sono le persone, le parole, le vessazioni e l'ansia di dover fare sempre tutto bene per non incorrere in rinfacci e accuse.

      Adesso mi sto dedicando a lavori manuali, con materiali di riciclo e non solo: plastica, stoffa, colla, ecc. Intanto imparo e mi distraggo.
      Grazie!

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  5. materie tossiche e sostanze infette non ci sono solo quelle che fanno danno al corpo ma anche all'anima. E checché ne dicano le religioni è un tutt'uno corpo e anima.

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    1. E quelle che intossicano o infettano l'anima sono le più dolorose e feroci.

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  6. Ho passato i mesi di maggio e giugno in una situazione in cui il lavoro mi faceva davvero stare male. Un lavoro che mi piace/piaceva, ma che chiedeva troppo. Mia madre era preoccupata per me, mi diceva di lasciare, non era possibile che potesse farmi stare così male. Poi l'incarico alla coop è finito, ora vivo in una situazione di semi-disoccupazione, mi mantengo (un po') con visite guidate e sere a teatro, ma tutto ciò mi pesa. Io voglio la routine, voglio sapere che lavorerò dal lunedì al venerdì, voglio tornare a essere produttiva. In tutto ciò, i superiori della mia cooperativa non si fanno sentire da non so quanto. E forse è questo quello che mi fa sta peggio!
    Scusa lo sfogo, ma davvero ho trovato molta affinità con quello che hai scritto!
    Kanachan

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    1. Io ho resistito parecchi mesi. I miei, giustamente, mi consigliavano di resistere e di non starci male. Ci ho provato e ho tentato di essere più forte ma il malessere non guariva e la sofferenza diventava sempre più profonda.
      Io sono andata via. A te è finito il contratto.
      Andiamo avanti come possiamo, è vero. Faremo fatica a trovare un nuovo lavoro, io più di te, considerata l'età. Ma ho messo a fuoco due concetti essenziali:
      1. noi siamo per i datori di lavoro semplicemente dei pezzi intercambiabili: se uno di noi si "rompe" viene rimpiazzato da un altro pezzo
      2. mi/ti chiedo: torneresti in quel luogo sapendo di dover tornare a stare male? La mia risposta è sempre la stessa: no. E la tua?

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  7. basta farsi scivolare le cose. se arriva lo stipendio puntuale alla fine del mese il gioco è fatto

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    1. No, non basta uno stipendio a permetterti di sopportare di tutto.

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    2. quando devi mettere il piatto di pasta a tavola la sera, hai voglia. si vede che non ne hai la necessità

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    3. E tu che ne sai?
      Mi conosci?
      Sai come e di cosa campo?
      Tanta "approssimazione" e tanto qualunquismo sono semplicemente abominevoli.

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    4. siamo quello che leggiamo o che permettiamo che venga letto. no, non ti conosco, ma se decidi di rendere pubblico il tuo stato d'animo ti presti al giudizio altrui; vale per te, vale per me. non vuoi approssimazione? metti nomi, cognome, curriculum, mansioni, ral, azienda, titolo di studio, altezza e peso forma. allora il giudizio potrà essere diverso. essere intelligibili è compito nostro. se non lo si è, non è che bisogna decidere che sta sul cazzo uno che si trova a passare da qui, magari per caso.....

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    5. Ecco, sei solo uno che passa di qui e che dopo aver letto cinque righe pensa di aver capito tutto.
      Ti qualifichi da solo: personaggio medio. Uno dei tanti. Passerai come tutti.

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    6. sono i mediani che fanno vincere le squadre di calcio. di fuoriclasse ne nasce uno ogni 10 anni. mi hai fatto un gran complimento. auguri per ogni cosa.

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    7. Medio vuol dire mediocre. E non è affatto un complimento.

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    8. e vabbè, auguri lo stesso. poi non mi conosci, elimina il pregiudizio che c'è in te. che sai di me?

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  8. Ah guarda, leggo come primo post del tuo blog questo ed è un segno. Io sono stata malissimo, sono fuggita... E sono rinata! Per fortuna ci si ammala ma so guarisce anche!

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    1. Sono stata malissimo anche io e, come te, sono stata costretta a fuggire. Sto rinascendo anche io, con un po' di fatica e con un po' di lavoro.
      Si guarisce e mi pare una proiezione molto valida.
      Grazie!

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Dopo pessime esperienze con Anonimi tutt'altro che Anonimi, preferisco che chi commenti abbia anche un nome, seppur fittizio.