6 ottobre 2014

Senza requie

Anime inquiete. Figure sfuggenti. Nulla che basti. Nessuno che sembri trovare ciò che vorrebbe davvero. Volubili, distruttivi, mutevoli, inappagati. La costanza è una piccola virtù: richiede frammenti di pazienza e una buona dose di fede in se stessi. L'instabilità, però, pare pervadere ogni anfratto. Si gira, spesso a vuoto e senza motivo, si cambia, si svuota e si ricomincia. Cercando cosa? Si rimane semplicemente ciò che si è. L'immobilità è perniciosa, ma la perenne variabilità non regala di meglio. Magari sto invecchiando, magari sono stanca, ma non riesco a capire i capricci infiniti di chi non trova mai pace né prova a cercarla.

[foto by hollosi]

22 commenti:

  1. L'instabilità è la religione del nostro tempo; l'incertezza la sua sacerdotessa. L'immobilità è perniciosa? Quando penso a Dio penso a un Eterno Immobile. Ma la costanza è una virtù di pochi, pochissimi in questo mondo di ricerca di felicità a basso costo e di rapido consumo. Come trovare pace in un mondo che castiga chi è mite, che punisce chi è semplice di cuore e di spirito, che dà una via di fuga solo a chi è più furbo, più sfacciato, meno sprovveduto degli altri?Dov'è la bontà, dov'è l'onore, dov'è la soddisfazione di una coscienza pulita?
    Pablo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non so esattamente quale sia la causa dell'inquietudine umana che rilevo. Mi piacerebbe molto capirlo. Ma credo anche che nasca da ragioni sempre diverse: forse frustrazioni, forse ricerca spasmodica di una felicità che non esiste ma che in troppi pubblicizzano come alla portata di tutti, forse persino qualche patologia. Un'ansia che, da quel che vedo, non conduce da nessuna parte. Credo solo che servirebbe fermarsi e guardarsi per capire che può bastare.

      Elimina
    2. L'inquietudine è figlia del suo tempo, di questo tempo. Sia che si lavori o no, sia che si abbia una famiglia coesa o no, sia che si abbia una visione di un futuro o no, tutto questo è aleatorio e traballante. Non ci sono certezze, non c'è la fiducia, quella che ti fa dire anche se adesso mi va male qualcosa mi rifarò poi.
      La ricerca della felicità è legittima e umana (ma credo che anche alcuni animali domestici, forse tutti, la facciano), ma con moderazione e pazienza. Ecco manca la pazienza, perché non c'è fiducia nel futuro. Mi ricorda il Magnifico: "Chi vuol esser lieto sia/ di doman non c'è certezza".
      Per esser lieto si intende oggi fare le scarpe agli altri senza provarne vergogna.
      Pablo

      Elimina
    3. Voglio pensare che l'inquietudine non sia necessariamente legata solo ai nostri tempi. Magari mille anni fa era lo stesso.

      Elimina
  2. Risposte
    1. Non ho mai creduto molto alla "ricerca di se stessi". Nel senso che per trovarsi non occorre distruggersi l'esistenza o rendere complicata la vita anche a chi ci sta attorno. Per trovarsi, probabilmente, basterebbe mettere da parte qualche paura, definire un obiettivo e provare a raggiungerlo. E credersi.

      Elimina
    2. Hai ragione, ma non tutti riescono a essere così lucidi: spesso anzi nelle ricerche è proprio la lucidità che manca e allora si fa un po' di chiasso, si fanno movimenti scomposti.

      Elimina
    3. Lo vedo. Movimenti scomposti e anche continui. Credo sia sfiancante.

      Elimina
  3. Non sei vecchia. Il pendolo oscillante tra volo e radici lo vivo di frequente.
    Godiamoci entrambe le direzioni.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oh, grazie per il "non sei vecchia". Ma forse lo sono, invece, o, quanto meno, lo sto diventando. Non è un delitto! Sorrido...

      Il pendolo tra il volo e le radici è essenziale. Ma ad un certo punto serve fermarsi e pensare.

      Elimina
  4. Nel corso della mia permanenza su questa terra ho trascorso periodi in cui ricercavo un continuo cambiamento, alla ricerca di qualcosa che non ho mai trovato, né identificato con precisione e periodi in cui sostavo in uno stato di...beh...potremmo chiamarla "pace" anche se era una semplice non-ricerca di qualcosa che non avessi.
    Ci sono periodi in cui si ottiene ciò che si vuole ed altri in cui ci si accontenta di ciò che si ha... Di tanto in tanto è bene stazionare...di tanto in tanto è bene cambiare e cambiarsi, per migliorare se stessi

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono d'accordo.
      Eppure ci sono individui che quella "pace" non la trovano o, forse, preferiscono non riconoscerla anche quando ce l'hanno tra le mani. E continuano a vagare come anime in pena.

      Elimina
    2. L'essere umano è per sua natura perennemente insoddisfatto. Sempre alla ricerca di qualcosa e quando la trova, non la vuole più.
      Forse è più corretto di re che l'essere umano ha un perenne bisogno di qualcosa da inseguire ma non di raggiungerlo.

      Elimina
    3. Sì. L'insoddisfazione fa parte della natura umana. E' ciò che ha spinto il nostro genere ad essere ciò che è. Eppure è causa di una sofferenza latente e senza possibilità di essere confortata.

      Elimina
  5. A me attizza l'inquietudine. Evita uno sbrago interiore, anche se poi apprezzo weekend come l'ultimo, di sana paciosità, di incontri sereni, di vaghissimo pensiero ed estrema rilassatezza, senza fretta, senza corse, senza orari, senza mete vincolanti, di tempo dedicato. Un costante appagamento certificato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'inquietudine ha persino una sua utilità, umanamente ed intellettivamente parlando. Ma quando diventa una sorta di stile di vita, mi sembra solo un vicolo cieco.

      Elimina
  6. Ecco un argomento che meriterebbe ben più di un semplice post e di semplici commenti: l'ineguatezza dell'essere umano ad un sistema che di ora in ora diviene sempre meno umano. Dire che il mondo fosse stato costruito per l'uomo mi sembra eccessivamente ecclesiastico, come tutte le religioni in fondo predicano; altrettanto fuori misura mi sembra affermare che tutte queste variazioni di stile di vita che ci vengono imposte dai media e dal sistema economico-politico-bancario siano non solo a misura d'uomo, ma addirittura per migliorarne lo stile di vita. Un'enorme balla. Basterebbe seguire l'evoluzione velocissima dei telefonini, dove un apparecchio di alcune centinaia di euro dopo un paio di mesi viene regolarmente superato da un modello che fa tutto meglio e più veloce imposto sul mercato non dalla concorrenza ma dalla stessa casa produttrice del primo, come a dire che ci si fa concorrenza in casa per acchiappare tutti ed acchiapparli più volte, insomma per spennarli vivi. Questo mi sembra un ottimo humus per far crescere sempre più l'insoddisfazione e l'insicurezza che sono madre e sorella maggiore di ogni inquietudine. Il resto, che tu ben hai messo in evidenza, vien da sé.
    Psomoi Andrómeoi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Probabilmente molti individui non sono sufficientemente forte o non sono stati sufficientemente educati a sopportare gli input che arrivano in quantità incontrollabile dal mondo. Stimoli che, evidentemente, generano squilibri e quel senso di non-appartenenza e non-riconoscibilità che inquieta e frustra molte persone.

      Temo che in tutto questo la scarsa sicurezza e la poca fede in se stessi abbiano un ruolo determinante e deleterio.

      Elimina
  7. A volte non sono capricci, Euridice. E' qualcosa di molto più grave.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo so.
      In una risposta data poco sopra, infatti, parlavo anche di patologia.

      Elimina
  8. A me piacciono un po' le anime inquiete. Sono creative ed alternative. Tutti, però, sono alla ricerca di un punto di un equilibrio o di un giusto compromesso con se stessi. Ma la natura umana è complicata. Purtroppo o per fortuna.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Le anime inquiete possono essere molto creative ma anche, e forse inevitabilmente, molto distruttive. Forse perché prima di creare spesso è indispensabile distruggere. Ma temo che questa tipologia di anime senza requie siano rare.

      Elimina

Dopo pessime esperienze con Anonimi tutt'altro che Anonimi, preferisco che chi commenti abbia anche un nome, seppur fittizio.

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.