5 luglio 2013

Tra il pensare e il dire

Tra il dire e il fare pare ci sia il mare. Ma tra il pensare e il dire, chiedo, cosa c'è? A volte, mi sembra, un oceano o qualche galassia, altre volte neppure un velo né un filo di seta. Certi pensieri fuoriescono come nascono. Non si tengono con niente e forse non è sempre un bene. Altri sono difficili persino da riconoscere e si lasciano ben serrati in testa. Certe parole, invece, sanno di fango ed emanano uno strano odore: si nascondono male. E poi ci sono quei pensieri che, nonostante tutto, non sanno farsi verbo o, se lo fanno, lo fanno male per cui non dicono nulla.

[foto by iizmu]

16 commenti:

  1. Nulla è più inestricabile del pensiero, e nulla è più complicato da spiegare del dire. C'è il dire a vanvera, cui sembra appartenga un mondo senza soffitto, dove le parole circolano senza sintassi e senza logica. C'è il dire concitato, dove vengono fuori solo spezzoni di parole e mai concetti chiari, come quando hai il fiatone per dieci rampe di scale fatte di corsa. C'è il dire e non dire, come tanta gente che non sa o non vuole o vorrebbe ma non sa come e allora si adagia sopra un tappeto sussurrando le parole a livello stoffa in modo che non se ne possa tradurre chiaramente il suono.
    Insomma si può dire o non dire tutto quello che si vuole, come si vuole.
    Secondo me quello che veramente manca sono le idee chiare: il resto verrebbe da solo, basterebbe articolare sillabe in modo coerente alle idee maturate nella testa.

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    1. E' proprio il passaggio dal pensare e il dire che mi interessa, in questo post.
      Quanta distanza c'è tra l'uno e l'altro?
      Quanta difficoltà? Quanta ipocrisia?

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    2. Mi sono ripromesso in questi giorni la totale sincerità con i miei, con me stesso e con i miei amici. Queste tue domande sono pertinenti per mettere alla prova l'onestà dei miei intenti, perché naturalmente posso dare solo risposte basate sul mio metro personale di giudicare, non posso esprimere concetti generali che diverrebbero troppo generici e di forma.
      Quanta distanza c'è tra il (mio) pensare e il (mio) dire?
      A volte, spesso, poco o nulla. Avviene quando l'argomento mi assale con la sua immediatezza, la sua voracità, quando mi interessa forte. La risposta (il dire) vola fuori e spesso può far male. Un conto è un confronto diretto, guardandosi negli occhi dove puoi leggere, e dove puoi ascoltare le inflessioni della voce, un conto è pigiando su anonimi tasti neri dove non puoi sapere quanto tempo è passato, quali pause sono state fatte, quante cancellature e quanti ripiegamenti.
      Quanta difficoltà? Vedi sopra. A volte nessuna; a volte invece tanta, perché pesare le parole per esprimere un concetto che vuole uscire a tutta forza è dura.
      Quanta ipocrisia? Me lo chiedo sempre. Ho il terrore di caderci perché odio l'ipocrisia e gli ipocriti, ma il confine tra il voler apparire bello, tra il mettersi in mostra con una persona cui si tiene molto e un atteggiamento poco sincero e di facciata è sottile come un foglio di carta velina. Pr questo opto il più delle volte per un tono sgarbato e arrogante. Darò fastidio ma non sarò ipocrita. A volte però mi capita di passare oltre il valico della decenza e allora ferisco in primo luogo la persona che mai vorrei ferire e dopo me, naturalmente, perché sono ferite inferte gratuitamente che non si curano con una carezza o un'ammissione di colpa; quindi resta a me la piaga nell'anima di avere ferito una persona cara, pur non volendo.

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    3. Credo che le tue intenzioni siano splendide, umanamente ineccepibili. Eppure sappiamo entrambi che non potranno mai essere applicate perché tra il pensare e il dire c'è una distanza che non si può superare. Neppure con la più buona volontà.

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    4. Il segreto è rimanere fedeli a se stessi, nel bene e nel male. L'errore è perdonabile la malafede no.
      Buona domenica, Euri.

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    5. Chi agisce in malafede non sa neppure riflettere su questi aspetti di sé. E se lo fa, precipita nel patetico.
      E vede malafede ovunque.

      Serena domenica a te, Vincenzo.

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  2. dice un proverbio: la lingua non oltrepassi mai il pensiero.
    probabilmente deriva da un periodo in cui a scrivere erano pochi, oggi potrebbe anche valere per chi scrive e/o digita.
    una sorta di mutazione da 'cogito, ergo sum' a 'digito ergo sum'!
    vanno anche di moda la rettifica e la smentita per il caso in cui si sia pensato (almeno dopo) a quel che è stato detto, e capita di constatare che a fattori invertiti il risultato sia lo stesso.

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    1. In genere credo che si pensi molto più di quanto si dica.
      Ma in alcuni casi (vedi le tante idiozie che si sentono o leggono o scrivono in giro) questa tendenza si capovolge: prima si dice o si scrive e poi si pensa.
      Praticamente un disastro!

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  3. Il dire non corrisponde mai al pensato. Non può proprio.
    Il significato non corrisponde mai al significante, mai.
    Questo ha implicazioni enormi, soprattutto sull'identità.
    Sia il significato sia il significante sono differenziali.
    Quindi, non vi sarà mai identità tra il concetto (significato) e l'espressione (significante).
    Di conseguenza: sia che uno dica idiozie, sia che uno creda di dire assolute profondità, in entrambi i casi non c'è mai pienezza del detto.
    Dite cose assolutamente arbitrarie.
    Quindi, tra il pensare e il dire c'è prima questa premessa che scardina, decostruendo, il dire metonimico successivo.
    Dunque, prima di porre queste alte questioni, bisognerebbe ripensare la frammentarietà linguistica.
    Un saluto, cara.

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    1. E' evidente che hai studiato accuratamente il fenomeno.
      Non avevo dubbi che fosse così.

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  4. Ma no, in realtà so quasi tutto e allora posso esprimermi in questo modo pedante su moltissimi aspetti. Sono scarso in geografia però.
    Un sorriso.

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    1. Sai quasi tutto!
      Benedetto sia quel "quasi"... sorrido.

      La geografia la imparerai, quando troverai in tale scienza qualcosa che ti affascini a sufficienza.

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  5. Ah, se solo sapessi dire con le parole giuste certi bellissimi pensieri che mi passano per la testa, rimarresti folgorata. Ma come faccio a dimostrarlo? Non puoi fare altro che fidarti.

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    1. Mi piacerebbe restare folgorata da qualche tuo bellissimo pensiero!

      Comunque non mi lamento: di tanto in tanto qualche tuo bel pensiero viene fuori e ne sono partecipe. Magari non c'è un'autentica folgorazione, ma non perdo le speranze.

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  6. Bel quesito "tra il pensare e il dire"...
    Figurati, lo chiedi ad un introverso come me!

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Dopo pessime esperienze con Anonimi tutt'altro che Anonimi, preferisco che chi commenti abbia anche un nome, seppur fittizio.

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