17 aprile 2012

Sentire l'altrui sentire

Empatia. En pathos. Essere dentro un sentire. Ed è il mio sentire che hai ignorato, convinto com'eri che fosse già noto. Mai hai compreso la differenza di vetro che c'era tra il mio ruolo e il tuo. Nella geografia della vita sei venuto prima e hai avuto la fortuna di restare in alto. Per questo, forse, non mi hai capita: non ti hanno insegnato a sentire abbastanza. La tua comprensione, infatti, non ha nulla di sottile ma tanto di calcolato. Alla radice di certi miei silenzi ci sono solo domande indicibili. Incarnarsi in un'altra carne è un'opera di sensi ed istinti difficile da compiere. L'ombra confusa della pietà sospinge i suoi tentacoli mentre l'abitudine a non ricevere rifiuti crea deformazioni terribili.

[foto by *strany]

22 commenti:

  1. Sono tempi d'incomprensioni terribili, di barricate invalicabili, impossibili da scavalcare... perché manca l'empatia... persino il confronto ha perso valore, non ci si parla più per capirsi, ma per affermare se stessi ad oltranza!
    Se sentire troppo è una condanna, non sentire più niente è una maledizione!

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    1. Credo che l'empatia si perda con l'accumulo di egoismi. Non si può comprendere il sentire di un altro se l'altro nemmeno lo si guarda in faccia.
      Il confronto sano prevede considerazione e rispetto, quello che vedo attorno a me e non solo, è in-comprensione e oltraggio.

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  2. L'empatia oramai è rara. Ci sono troppe persone colme di rabbia e la rabbia fa un rumore assordante. Così non potranno mai sentire le voci silenziose dell'altro o quantomeno provare a percepirle. Forse manca la volontà più che la capacità. Di fronte a questi fallimenti preannunciati io opto per il silenzio. Chinare la testa lo trovo un atto di grande forza. Più forte di quella rabbia. Buonanotte mia_eruditrice :-)

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    1. Il rancore rende sordi, chiechi. Che manchi la volontà sono sicura. Il problema è che, come ho accennato nel post, a volte manca l'educazione. Si insegna ancora a capire i sentimenti di un'altra persona? Si può imparare da soli?

      Buongiorno Sara.

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    2. Secondo me lo si insegna poco, senza dubbio. Ritengo però che ci sia una profonda predisposizione. Ci si nasce con una spiccata capacità di sentire l'altro e di entrare in empatia. Se ne sei privo, puoi arrivare a mezza tacca per mezzo di educazione e tentativo d'immedesimazione ma non si va oltre. Questo dice la mia esperienza. Se a questo sommi il mio commento precedente, capirai quanto io ritenga rara l'empatia. Buongiorno a te.

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    3. E' evidente ciò che pensi. E mi sembra di sentire, tra le righe, una sorta di diffidenza verso l'umano genere. Non mi sorprende. Perché somiglia molto alla mia.

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    4. Penso che prima della capacità di ascoltare l'altro occorra avere il coraggio di sapersi ascoltare nel profondo. Anzitutto creando il silenzio attorno. Riuscire a sentire sè stessi fa sì che si possano aprire i canali dell'ascolto verso gli altri. Attraverso gli altri anche la comprensione di sè diventa via via più nitida. E' bello scoprirsi sintonici e nell'empatia riconoscere una appartenenza che accomuna e che completa indipendentemente dalle nostre vicende, dalle nostre convinzioni. Alla radice, spogliati da maschere e da accessori superflui che e conformano alle medesime necessità apparenti, ci riconosciamo sorprendentemente smili. Nel condividere un comune destino fatto anche di solitudini, di una notte che sempre ritorna. Ri-conoscere quella notte fatta di dolori spesso inconsolabili nel percorso di tanti uomini, cercando risposte senza arrendersi, è il primo passo verso la comprensione e l'accettazione nostra ed altrui. Buon risveglio.

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    5. L'equilibrio di cui parli, quello tra la comprensione di sé e la comprensione degli altri, è frutto di un lavoro ininterrotto e non facile. Eppure è, forse, una delle ragioni per cui può essere affascinante essere al mondo.
      A proposito di "empatia" proprio ieri mattina, durante un programma di radio 3, uno studioso parlava dei neuroni specchio. Non sono un'esperta né tanto meno una scienziata, ma sembra che dobbiamo proprio a loro la nostra capacità/volontà di relazionarci. Evidentemente il bisogno di entrare in empatia con un altro essere umano è fisiologico ed imprenscindibile. La differenza, poi, la facciamo noi.

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  3. L'empatia è un gioco strano e a volte pericoloso. Capita per caso ma quando accade mi fa sentire speciale.

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    1. Strano e pericoloso, ma anche indispensabile.
      Sentire un altro sentire è un'alchimia quasi magica, ma spesso viene bruciata o ignorata per superficialità o per qualche altra mancanza.

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  4. Cerco di districarmi nella tua prosa, che è succulenta e a primo approccio di difficile comprensione. Rileggo due volte; non mi piace improvvisare in casa d'altri -specie dopo la prima entrata di un paio di giorni fa-, quindi faccio una riflessione.
    Non so se ti riferissi a qualcuno di preciso e non mi riguarda, ma quello che hai scritto mi ha messo un tantino a disagio -già, ci crederesti? succede anche a me- perché mi hai fatto pensare al mio rapporto con mia moglie.
    Sono proprio così, come quel tuo "altro": sono entrato nel suo pathos e ne sono uscito non so dopo quanto, senza accorgermene, mentre lei restava ancorata al mio.
    La differenza "di vetro" tra il suo ruolo è il mio non l'ho compresa perché non l'ho vista, non credevo che ci fosse. Quello che contesto è che la mia comprensione avesse qualcosa di calcolato. No, non la mia; non sono capace di fare calcoli in amore: do per ricevere e per voglia e bisogno di dare.
    L'ultimo capoverso mi lascia assai perplesso: "l'abitudine a non ricevere rifiuti" che "crea deformazioni terribili" mi fa guardare dentro e interrogarmi quali siano le mie "deformazioni terribili".
    Forse non era questo lo scopo del tuo post, ma hai sollevato un velo dietro cui nascondevo qualcosa, adesso non so cosa. Vorrei che capitasse anche ai miei lettori. Purtroppo temo che certe sensazioni riescano a darle solamente le donne in scritti come questo e come certi di Silvia, cui alludevo quando le dicevo di avere scritto cose molto migliori.
    Ma senza la seconda metà del Paradiso -e dell'Inferno- cosa faremmo noi maschietti?

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    1. Evidentemente sei entrato in empatia con il mio scritto.
      Molto interessante.
      Il post non parla di un rapporto d'amore, ma potrebbe benissimo essere coniugato anche in quel senso. La meraviglia della scrittura sta proprio negli occhi di chi legge e interpreta e sente che un brano, una poesia, un romanzo o, nel caso, un post, raccontano qualcosa che si conosce e si vive.
      Nel tuo caso è accaduto e mi piace.

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  5. L'identificazione di un lettore in uno scritto è cosa nota ed è ciò che capita ai lettori più sensibili, forse anche più sognatori. In fondo è quello che ogni scrittore si augura che capiti ai suoi venti lettori. Non è più importante, in tal caso, ciò cui lo scrittore alludesse o che volesse significare, la sua "verità": più importante le altre verità, le tante verità che sollecita.
    Capita anche nella pittura non realistica: ognuno ci vede qualcosa di suo e di diverso dagli altri.
    Insomma promuovere sensazioni è importante, anche se negative, purché ci siano sensazioni e non indifferenza.
    In questo caso hai ragione tu: sono entrato in empatia col tuo scritto.

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    1. Io sono sempre stata affascinata dalla versione che ogni lettore dà dei miei scritti. Le prime volte rimanevo leggermente perplessa, poi ho notato che il fenomeno è potente e molto vasto. Anzi, spesso aiuta a capire quali "demoni" si agitino nella coscienza altrui. Anche nella tua!

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    2. Li chiami demoni? Diamogli un nome, almeno per quel che mi riguarda: li chiamerei "rimorsi".
      Credo di intravedere qualcosa nel buio da dove stamattina avevo sollevato un velo tramite il tuo scritto. Quindi il rimorso di avere dato poco, troppo poco in cambio del "tutto" che mi veniva quotidianamente dato senza nulla pretendere.
      Mi pare che si tratti di un buon inizio, ma la coscienza è talmente vasta...e tenebrosa. Nasconde anse ed angoli scuri, quasi impenetrabili.

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    3. Li chiamo "demoni" perché mi sembra più letterario (Dostoevskij docet). Puoi chiamarli come vuoi, ma immagino che stiamo comunque indicando la stessa cosa.
      Forse può apparire eccessivo, eppure mi fa piacere che un mio normalissimo/banalissimo post abbia indotto qualcuno (te!) a valutare se stesso e a ragionare su tematiche personali così intime.

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  6. essere rigettati verso un mondo che appare estraneo, catapultati in una dimensione di cui avevi perso memoria. Vittima del rifiuto che non ti aspettavi.
    Difficile ritrovare la propria accettazione interiore.
    Dolce notte
    Agart

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    1. Tanto per restare nel tema affrontato con Vincenzo.
      Anche Agart ha letto a modo suo questo post, partendo dalla fine, probabilmente, e arrivando a se stesso, immagino.

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  7. non so bene perchè ma a me il tuo dire fa venire in mente un discorso rivolto ad un fratello, ad una empatia data per motivi contingenti e che ti trovi a dover subire......ma forse divago.

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    1. Un fratello?
      No. Non è rivolto ad un fratello.
      A qualcuno di più grande, direi. E di sicuro non di famiglia.
      Sorrido.

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  8. Leggendo post e commenti mi era venuto di fare una quasi lectio magistralis sull’empatia, ma magari tu parlavi solo di gente egoista che se n’è sempre fregata e sempre se ne fregherà degli altri, nel qual caso ti riporto ancora una volta le parole di mia nonna che in questi frangenti, rassegnata, soleva dire: pazienza, chi nasce quadro non diventa tondo :-)
    Basilico

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    1. Tua nonna, come ho scritto in tante occasioni, somiglia alla mia ed è altrattanto saggia.

      E pensare che mi aspettavo uno di quei tuoi commenti-polpettoni...
      In ogni caso: felice di ri-leggerti!

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Dopo pessime esperienze con Anonimi tutt'altro che Anonimi, preferisco che chi commenti abbia anche un nome, seppur fittizio.