8 febbraio 2011

L'altra lingua

Scivolo nel dialetto, di tanto in tanto. Una lingua che raccoglie i frammenti di dominatori e sconfitte, che recupera pezzi di spagnolo per coniugarli in francese e riproporli in un volgare pagano e sacrosanto. Mozzano le parole dalle mie parti, con accenti che precipitano e infieriscono irriverenti a tagliare sillabe. Si raddoppiano consonanti per accorpamento di lettere e desinenze: un abbondare legittimato dai secoli. Magnetismi che volteggiano come arabeschi. Suoni su altri suoni che risalgono dal ventre di una terra arcigna ma a suo modo pura.

[foto by Hengki24]

24 commenti:

  1. Ogni dialetto è un quadro di sillabe. Non solo da ascoltare ma anche da guardare ammirati. E come diceva Svevo "si capisce come la nostra vita avrebbe tutt'altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto". [un abbraccio]

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  2. Ci sono cose che riesco a dire meglio se le dico in dialetto. Hanno un altro spessore, un'altra anima.
    Come se arrivasse da un pianeta interiore fatto di gente lontana ma non perduta.

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  3. Nel mio dialetto non esiste il verbo amare.

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  4. Io uso molto spesso il dialetto. E quando parlo in italiano ci scappa sempre una frasetta breve di napoletano. Poi col tono di voce mi basta dire "A" perchè capiscano le origini partenopee. Il dialetto credo sia una bella cultura...ma riproporlo nelle scuole,come avevo sentito,no! C'è gente che deve dedicarsi all'apprendimento della lingua italiana, perchè non è possibile che, in molti, non riescano a parlarla in modo decente. Euridice...ma pure il pensiero piu' semplice riesci a tramutare in perle? Ti invidio tantissimo. Ti abbraccio, ti stimo e ti voglio bene.

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  5. @ epse: credo che così, in purezza, la parola "amare" non esista nemmeno nel mio dialetto. Quando due persone si vogliono bene o stanno insieme, però, si dice che "fanno l'amore". Che è molto più bello. No?

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  6. @ Veil: le origini partenepee credo che non si cancellino mai da chi parla il napoletano.

    Non puoi invidiarmi e volermi bene contemporaneamente! Sorrido.

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  7. @ je_est: basta che tu lo faccia con tante, tante "z"... ché mi piace tanto come le dici!

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  8. Anche il mio dialetto è un miscuglio di francese, spagnolo e molto altro. io lo capisco benissimo ma al massimo so pronunciare poche parole e nessuna frase di senso compiuto. Dalle mie parti sono in pochi quelli che lo sanno parlare.

    ciao
    and

    www.wrong-.splinder.

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  9. E pensare che io ti facevo più vicino ai celti che agli spagnoli...
    Ma forse dalle tue parti c'è una lingua antica come il patois, per intenderci.

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  10. Questione di dominazioni. Nulla di paragonabile comunque al patois. So poco di dialetti, anche perchè non parlandolo e non avendo amici o parenti coetanei che lo parlano, è proprio un mondo distante dal mio.

    and

    http://www.wrong-.splinder.com

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  11. Anche "noi" siamo stati dominati da francesi e spagnoli. E infatti si sente. Però da queste parti il dialetto è sentito ed usato molto.
    Pensa che basta allontanarsi di pochi chilometri e trovare una "lingua" che ha altre regole e altri suoni. Sarà colpa dei monti, forse...

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  12. Anche qui se ti sposti di pochi chilometri cambiano gli accenti, le inflessioni, le stesse parole. Poi sarà anche perchè io vengo dal lecchese ma nessuno dei miei familiari è di quella zona. Sempre del nord ma con quasi nessuna radice nella zona da dove vengo.
    and

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  13. certe cose si possono dire solo in dialetto, ma è meglio non dirle

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  14. Il dialetto è una benedizione e una maledizione insieme.
    Conserva in sé l’identità di un microcosmo meraviglioso e richiama al contempo il grido di Mameli: “siamo da sempre calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siamo divisi” .
    Il dialetto è qualcosa cui non si può rinunciare. È qualcosa che usiamo non solo per comunicare, ma proprio per essere noi. Lo usiamo quando vogliamo essere più incisivi, quando non vogliamo essere fraintesi e vogliamo che il concetto arrivi, perché il dialetto ha la forza della nostra terra, una forza che la lingua di protocollo non ha. Eppure, una volta, parlando con un amico canadese, mi disse: “ Noi parliamo il francese e l’inglese, ma a me piacerebbe avere una lingua da poter chiamare canadese”
    Anche la lingua è importante per l’unità di un popolo. Allora mi chiedo: riusciremo mai a salvare il dialetto imparando l’uniformità che un popolo dovrebbe avere?
    Le nuove generazioni che capiscono la lingua dei loro avi ma non sanno più parlarla, e se da una parte questo mi piace, dall’altra mi fa un po’ male e penso che forse si potrebbe fare diversamente.
    P.S. A proposito di linguaggio: il tuo stile di scrittura è leggermente cambiato (relativamente alla forma, intendo) evoluzione propria, assorbimento dal “circostante” o entrambe ? :-)
    Basilico

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  15. Pensa che qui da me si dice che "si parlano". Il piemontese assai focoso è.

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  16. @ Ubi: e perché mai sarebbe meglio non dirle?

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  17. @ Basilico: la lingua, e quindi anche il dialetto, è una creatura viva, mutevole e in continua trasformazione.
    Mi accorgo che mio padre sa molte più parole di me in dialetto, e lui ne sa meno di mio nonno. Però magari io ho aggiunto delle parole che loro non possono conoscere perché legate a usi, strumenti o azioni un po' più moderni.
    La lingua è e dà un'identità fortissima. Unisce certo, ma può anche creare separazioni feroci.

    In merito al mio "stile": non credo di aver capito il senso della tua osservazione. In cosa o come sarebbe cambiato il mio modo di scrivere?

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  18. @ espe: "si parlano"?
    Allora dalle mie parti sono molto più espliciti, a quanto leggo.

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  19. In merito al tuo "stile": al di là dei concetti che è normale si amplino, ho percepito (a volte)una forma di scrittura più morbida. Periodi più lunghi, un maggior uso di virgole che danno un'intonazione più altalenante... un po' come se di punto in bianco avessi acquisito un atteggiamento diverso nel pensare ciò che scrivi.
    In tanti tuo scritti passati io percepivo un tono piatto, a mezza voce, disilluso. Adesso, di tanto in tanto, mi sembra di intuire un atteggiamento differente, più partecipe in ciò che scrivi.
    ...Ma forse è solo una mia sensazione, non darci peso.
    Una cosa, invece, mi nteresserebbe sapere: quando fai un nuovo post non vai più a leggere i commenti di quelli andati?
    Lo chiedo perché ora commento quando posso e spesso cerco di commentare anche i post andatai in un unica soluzione, solo che se mi dici che tu non ci torni più su, mi limiterò a commentare l'ultimo e basta.
    Va be', ora torno a produrre.
    Buona serata, Euridice.
    Basilico

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  20. Non mi rendo particolarmente conto dei mutamenti del mio scrivere. Forse ci sono troppo dentro per ravvisare cambiamenti. Invece tu che mi leggi, forse, riesci a notarli.
    Non so cosa dire... Forse hai ragione.

    A volte torno a leggere i commenti dei post precedenti, a volte no. In questi giorni, a dire il vero, ho un raffreddore abbastanza pesante e passo sul blog davvero per pochi minuti al giorno.
    Mi spiace se non sono riuscita a rispondere a tutti i commenti pregressi che hai scritto.

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  21. perché di solito sono volgari o si usano per offendere. Certo, ci sarebbero i proverbi, quelli sono un tesoro prezioso

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  22. Sì, anche. In dialetto certe offese o certi insulti sanno diventare più spietati di quanto siano in italiano.
    I proverbi sono fantastici e, spesso, anche molto divertenti!

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Dopo pessime esperienze con Anonimi tutt'altro che Anonimi, preferisco che chi commenti abbia anche un nome, seppur fittizio.