12 giugno 2014

Il coraggio di comprendere ciò che si sa

Non è la conoscenza dei fatti che ci manca. Quello che ci manca è il coraggio di comprendere ciò che sappiamo e trarne le conclusioni.
Sven Lindqvist

Trarre una conclusione. Quella che, in fondo alla coscienza, sappiamo che è. Non ha senso girare in tondo come una falena su una lampadina. E neppure diluirsi in speranze ottuse e prive di respiro. Serve il coraggio di comprendere ciò che si sa. Non è eroismo e neppure scienza. E' la chimica esatta della mente, il prendere con sé una verità fino a farla diventare carne e sangue e fiato. Perché ciò che si sa è materia di cristallo e luce: non camuffa e non inganna. Si spande oltre l'ostinazione del rifiuto, si eleva al di sopra dell'inflessibile cecità di chi non vuole vedere.

[foto by siddhartha19]

20 commenti:

  1. Anche il coraggio di trarre conclusioni, spesso ovvie, ci manca...

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    1. Credo che sia l'atto di vigliaccheria più subdolo e stupido che si possa compiere verso se stessi. Perché, semplicemente, non vogliamo accettare quello che sappiamo essere ovvio.


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  2. Ita est, sic et simpliciter. IL guaio ha inizio quando non manca la coscienza di ciò che è, né il coraggio di comprendere, ma la chiarezza. L'uomo non è un animale istintivo, né un animale riflessivo: è entrambe le cose e questo gli complica la vita. La chiarezza è materia di cristallo e luce, niente altro e fa vedere oltre l'ostinazione del rifiuto. Niente falene prossime a bruciarsi, né speranze ottuse, ma aspirare alla verità, al dare una risposta alla domanda: "perché proprio io, perché proprio a me doveva capitare?".
    Cieco non è solo chi non vuole vedere, ma chi non può. Le conclusioni può trarle qualsiasi sciocco, ma dove mettere le intuizioni?

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    1. La chiarezza, seppur nitida, schietta e definitiva, nonostante il suo fulgore viene rifiutata da chi pospone gli altrui desideri alle proprie voglie e alla propria ottusa ostinazione.

      La verità è precisa e netta: peccato impuntarsi e far finta di non capire.

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    2. C'è qui qualcuno che pospone ai desideri altrui le sue insane voglie?
      Si faccia avanti, se ha cuore, che noi lo sbudelliamo. In guardia messere e non fidarti del vecchietto perché ha ancora fiato da vendere. Ma non si sta presentando nessuno. Mia, si sono defilati tutti, forse non hanno capito. Visto che io mi sono ridimensionato e non voglio invadere l'altrui mondo, dimmi almeno con chi tu ce l'avessi, non voglio fare ulteriori gaffe.

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    3. Ce l'avevo con te.
      Parlo di te con te.
      Ma la cosa si sa, purtroppo sei tu a non volerla comprendere.
      Il mio desiderio l'avevo espresso nitidamente: non volevo che venissi più qui. Ma sei qui. Hai posposto il mio desiderio alla tua ottusa ostinazione.
      Più chiaro di così!

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    4. Zollette di zucchero sciolte nell'acqua: addolciscono l'amaro e purificano l'alito rendendo più desiderabili i tuoi baci.
      E fatti una risata! Sei giovane, sei bella, ti sorride la vita, che più?
      A proposito. C'era un'ultima frase rimasta nella penna, più o meno questa: "se invece fosse l'altra, algida, implacabile e cattiva, lasciala chiusa, anzi sprangala dall'interno". Tu non lo hai fatto. Cos'è stato, un atto di perfidia? E adesso stai qui davanti a me come Àtropos. Ma io non sono Ares, io sono Zeus e ti preferisco come la sorella, Clothos.

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    5. Non addolcirò niente.
      Non ho intenzione di dimenticare nulla, soprattutto non ho intenzione di dimenticare (né di perdonare) il linciaggio che hai messo in atto nei miei confronti sul tuo blog.
      Ergo: cancellerò tutti i tuoi commenti, da questo momento in poi.
      Non voglio più vederti/leggerti qui.

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    6. Ora che hai cancellato il tuo linciaggio ti senti meglio vero? Non metterò più piede in questo tuo bordello. Ti invio privatamente una mail che ti prego di leggere. Basta lo dico io questa volta.

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    7. Alleluja!
      Evita pure la mail: non mi interessa.
      Grazie.

      Per tua informazione: il post "Lo stordo malizioso" è ispirato a un mio collega. E, comunque, ho cancellato il tuo commento senza neanche leggerlo. Troppe parole: soliti deliri.

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  3. si chiama : raccontarsela(?)
    ad alcuni piace, altre volte serve .. resta che alla fine bisogna star bene con se stessi.

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    1. Esatto: raccontarsela.
      Per un po' può persino funzionare. Poi, però, è necessario prenderne atto e comprendere.

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  4. talvolta si preferisce non trarre conclusioni per non "soffrire" ed invece... Grazie per questa riflessione. Ti aspetto sempre da me.

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    1. Invece si soffre comunque.
      Perché mentirsi è comunque fonte di dolore.
      Da te vengo e lascio anche commenti, ma forse non lo hai notato neppure.

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  5. Sembra tutto perfetto qui, tutto logico e prevedibile ma talvolta l'ovvietà gioca brutti scherzi. Però nell'ottanta per cento dei casi e' come dici tu ma non prendiamo troppo sul serio le nostre certezze.

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    1. L'ovvietà gioca pessimi scherzi, hai ragione.
      E' che a volte è necessario un po' di coraggio e comprendere, per l'appunto, ciò che si sa. E magari si sa da sempre.

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  6. Il coraggio non è cosa per tutti e, come faceva dire Manzoni, se uno il coraggio non ce l'ha non se lo può dare. Pare una cosa da film, il coraggio, fa nascere immagini semplici di nemici e armi, ma alla fine è meno scenografico e più difficile da avere di così. :-)

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    1. Il coraggio, nelle storie da grande schermo, è per gli eroi. Ma, come ho scritto, per comprendere ciò che si sa già non serve eroismo, ma la com-prensione della verità. E a volte è dura.

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  7. Ipocrisia, tanta, ma tanta. Ovvero giustificare la realtà che fa comodo e evitare di comprendere, prendere in sé e su di sé. E' pretesa, è presunzione. Non credo sia propriamente mancanza di coraggio, piuttosto è rifiuto.

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    1. Di fondo c'è un'infinita ipocrisia, hai ragione. Ci si accomoda solo nelle realtà che fanno comodo. Tutto il resto, seppur noto, viene sorvolato con estrema faciloneria perché non conviene tenerne conto. Pretesa e presunzione: solita prepotenza, anche.

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Dopo pessime esperienze con Anonimi tutt'altro che Anonimi, preferisco che chi commenti abbia anche un nome, seppur fittizio.